Smart working: cos’è e come funziona


La scorsa settimana ti abbiamo parlato del coworking e di quanto possa essere interessante per una startup o un freelance optare per questo tipo di soluzione.

Oggi – anche per continuare il filone dei paroloni in inglese che apparentemente non significano niente – vogliamo parlarti dello smart working: cercheremo di spiegarti cos’è, come funziona e perché rappresenta un’opportunità interessante per l’intero sistema produttivo delle PMI italiane.

Facciamo come piace a noi (e, si spera, anche a te) e procediamo per gradi.

Cos’è lo smart working?

In Italia siamo abituati ad associare lo smart working al Telelavoro, ovvero al lavoro svolto da casa, attraverso un terminale informatico connesso ad una rete internet, in costante comunicazione con l’ufficio centrale, magari tramite un referente che funga da filtro tra le richieste della dirigenza e l’operatore.

Ma lo smart working non è solo questo. All’interno di questa categoria rientrano diverse modalità di erogazione delle prestazioni lavoratorive: dal telelavoro al lavoro da mobile, dal lavoro remoto al possesso di uno spazio in un coworking.  

Dobbiamo essere sinceri e oggettivi nel dire che nel nostro Paese lo smart working non è mai esploso: c’è ancora una mentalità all’antica, legata all’idea di luogo di lavoro e alla convinzione che, se il lavoratore dipendente non è fisicamente in sede, non sta lavorando.

È inutile prenderci in giro, è così ed è un peccato, perché in alcune zone d’Italia, dove i collegamenti tra periferia e città sono pessimi, lo sviluppo di modalità di smart working avrebbe potuto migliorare la condizione di disoccupazione di molti giovani, favorire la crescita dell’azienda e, presumibilmente, un più rapido intervento giuridico in merito alla regolamentazione di questa tipologia di lavoro.

Una menzione a parte la merita il rapporto tra telelavoro e disabilità fisica. Molte persone disabili vivono un ulteriore disagio derivante dalle difficoltà oggettive che devono affrontare per recarsi sul posto di lavoro e svolgere una mansione che, probabilmente, avrebbero potuto svolgere tranquillamente da casa.

Sia chiaro, con questo non vogliamo in alcun modo lasciare intendere che una persona disabile debba restare a casa per lavorare, ma che, volendo, dovrebbe essere messa in condizione di poter scegliere la modalità di lavoro che più si addice alle proprie necessità.

Vale lo stesso per le donne, che potrebbero sfruttare lo smart working per poter lavorare durante il periodo di maternità, oppure per coniugare meglio le necessità di madre e lavoratrice senza dover compiere scelte estreme, come quella di lasciare la propria professione. C’è sempre una soluzione più semplice, basta solo trovarla.

Come funziona lo smart working

È molto semplice, in realtà. L’azienda fornisce al lavoratore dipendente assunto in modalità smart working la strumentazione di cui ha bisogno (dal computer ai dispositivi ad esso connessi, come la stampante e lo scanner), paga la connessione telefonica e internet e crea un sistema di comunicazione, spesso gestita attraverso un CRM aziendale.

A seconda delle dimensioni e delle possibilità di spesa, l’azienda fornisce anche un dispositivo mobile, smartphone o tablet, con relativo contratto. Lo stesso vale per il materiale consumabile, come cancelleria e cartucce per la stampante.

Con il passare degli anni organizzare un ufficio “agile” è diventato molto semplice, viste le moderne tecnologie sempre più performanti. Oggi, con un investimento sostenibile, è possibile creare una postazione perfettamente funzionante e connessa, magari sfruttando un centralino virtuale e una serie di tool online e app per dispositivi mobile.

Quali sono i vantaggi derivanti dallo smart working

Alcuni sono evidenti, come la riduzione dello stress (derivante dagli spostamenti per raggiungere l’ufficio e dall’ambiente di lavoro, spesso non proprio sereno e distensivo), ma anche la riduzione dei costi per l’azienda, che potrà avere sedi più piccole senza rinunciare all’intervento di diversi collaboratori.

Da non sottovalutare l’impatto ambientale positivo che si registrerebbe, avendo meno persone in macchina in giro per le nostre città.

Purtroppo, ad oggi, solo il 5% delle PMI italiane ha avviato collaborazioni di smart working, spesso con risultati non proprio entusiasmanti. Il 2015, comunque, ha registrato dei notevoli passi in avanti in tal senso, quindi possiamo essere fiduciosi.

Per ora, a rientrare nelle statistiche sono quasi sempre i top manager i titolari dell’azienda, quasi mai i dipendenti, come traspare da questa interessante infografica realizzata da Osservatori.net.

INFOGRAFICA SMART WORKING: SCOPRIAMO LE CARTE!

L’idea di passare 8 ore di lavoro chiusi in ufficio è obsoleta: oggi, spesso, basta un iPhone con le giuste app, un servizio voip e un cloud storage per lavorare ovunque ed a qualsiasi ora, basta solo essere connessi.

È tempo di cambiare, ma come?

Quadro normativo

E veniamo alla nota dolente. Come spesso accade in Italia, non esiste ancora una regolamentazione precisa e puntuale dello smart working, ma qualcosa si sta muovendo. Per capire meglio la difficoltà della nostra giurisprudenza, può esserti utile leggere questo passaggio riportato sul sito ministeriale Cliclavoro.org:

“In tale ambito il telelavoro viene inteso come una particolare modalità di svolgimento dell’attività lavorativa e non come una tipologia contrattuale a sé. Per lavorare al di fuori dei locali e dell’organizzazione standard dell’impresa, ci si avvale delle tecnologie dell’informazione sempre più sviluppate grazie all’Internet of Things. Il risultato è rendere la prestazione lavorativa slegata da vincoli ambientali o temporali. “

Come vedi, il problema italiano è riconoscere lo smart working non come una tipologia contrattuale a sé, ma come una semplice modalità di lavoro. Se a questo si aggiunge la disattenzione da parte del Parlamento e dei vari governi ed il completo disinteresse da parte dei principali sindacati, ne viene fuori un bel buco normativo.

In pratica, la scelta dello smark working è dettata dalla volontà del datore di lavoro e del lavoratore, ma contrattualmente è da gestire come un qualunque altro contratto di lavoro subordinato: ecco perché nella stragrande maggioranza dei casi si è tradotto, in Italia, nell’equazione sbagliata “smart working = part time”, con stipendi e benefit ridotti.

Beh, non è questo lo smart working, e fortunatamente pare che il Parlamento si sia ridestato e abbia schedulato un intervento proprio su questo tema molto delicato.

Infatti, un ddl legato alla Legge di Stabilità del 2016, composto da 9 articoli, dovrà rimettere l’argomento sul tavolo della contrattazione e spingere le parti interessate a trovare il modo (si spera corretto) di regolamentare lo smart working e allineare il nostro Paese al resto d’Europa e del Mondo.

La speranza è che l’intervento non si limiti solo all’erogazione di incentivi fiscali e contributivi – pari a circa 40 milioni di euro – perché non è in questo modo che si passa al livello successivo. Urge una regolamentazione normativa chiara e definitiva, per trasformare lo smart working in una realtà interessante anche in Italia.

 

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About Leonardo Coppola

Leonardo CoppolaRomano di nascita, Argentino d'adozione: dicono che sono un tipo eclettico ma è solo un modo simpatico per non definirmi pazzo :-)
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